Perchè questo blog..

Novembre 9, 2008

Due righe, per spiegare perchè.

Un blog, che non è un giornale, non ha pretese di esserlo e mai lo sarà. Semplicemente uno spazio dove comunicare pubblicamente quello che penso, perchè questa è la funzione principale del blog ( Diario ).

Underjournalism. Perchè è giornalismo ” basso “, o forse molto più probabilmente non lo è.  Ma è anche ” dal basso “, perchè attendere i tempi dell’ Ordine va bene, ma le cose da dire sono tante.

Undici.

Ottobre 11, 2009

Apnea, di uomini e di cose.
Hanno spento ogni cosa,
e la città estiva è così pulita.
Hanno soffocato, placato, deriso.
La cosa migliore da fare, e la sua atrocità risuona ancora.
Nelle dita sporche di niente,
di chi ha smesso di sbagliare.
Sapere, avere la perfetta consapevolezza.
Resistere.
Aspettare.

Uno.

Luglio 2, 2009

Clack. Spenta la luce, spento il rumore.
Le ore sinuose di un Sabato sera tipicamente inutile,
le ore bulimiche di una nottata vuota.
Il tabacco, le cartine, i filtri ed un’altra sigaretta,
un altro momento in cui i gatti riposano, scattano, riposano.
Scrivere, parlare, comunicare.
Incessantemente.
Leggere, scrivere, fare ruotare timidamente la penna,
muovere le dita, accendere una luce.
E’ semplice.
Non voglio parlare, o discutere.
Sognando momenti migliori, contesti migliori.
Il buio è amico, la musica fa quel che può.
Uno, due, tre.
Me.

I’m feeling good

Maggio 20, 2009

Birds flying high you know how I feel
Sun in the sky you know how I feel
Breeze driftin’ on by you know how I feel

It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life
For me
And I’m feeling good

Fish in the sea you know how I feel
River running free you know how I feel
Blossom on the tree you know how I feel

It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life
For me
And I’m feeling good

Dragonfly out in the sun you know what I mean, don’t you know
Butterflies all havin’ fun you know what I mean
Sleep in peace when day is done
That’s what I mean
And this old world is a new world
And a bold world
For me

Stars when you shine you know how I feel
Scent of the pine you know how I feel
Oh freedom is mine
And I know how I feel

It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life
For me
And I’m feeling good

I’m feeling good

Velle, Tri – Roma

Aprile 19, 2009

Odore di casa, lontano da casa. Con una birra, una sigaretta ed un grande Amico.

Fahrenheit 451

Marzo 1, 2009

fuoco

<< Quando ha avuto origine questo nostro lavoro, tu vuoi sapere, non è vero? come si determinò e dove e quando? Bene, a dirti la verità, sembra che abbia avuto inizio dopo un certo evento chiamato Guerra di Secessione. Ma il nostro Regolamento sostiene che la milizia del fuoco sia stata fondata anche prima. Il fatto è che la società non ha vissuto bene che quando la fotografia ha cominciato a vivere di vita propria. Poi…il cinematografo nella prima metà del ventesimo secolo. La radio, la televisione… Le cose comiciarono allora ad avere massa [...]

E poichè avevano massa, divennero più semplici. Un tempo, i libri si rivolgevano a un numero limitato di persone, sparse su estensioni immense. Es esse potevano permettersi di essere differenti. Nel mondo c’era molto spazio disponibile, allora. Ma in seguito il mondo si è fatto sempre più gremito di occhi, di gomiti, di bocche. La popolazione si è raddoppiata, triplicata, quadruplicata. Film, radio, riviste, libri si sono tutti livellati su un piano minimo, comune, una specie di norma dietetica universale, se mi intendi, Mi intendi ? [...]

Immagina tu stesso: l’uomo del diciannovesimo secolo coi suoi cavalli, i suoi cani, carri, carrozze, dal moto generale lento. Poi nel ventesimo secolo, il moto si accelera notevolmente. I libri si fanno più brevi e sbrigativi. Riassunti. Scelte. Digesti. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie praticamente riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo. [...]

Le opere dei classici ridotte così da poter essere contenute in quindici minuti di programma radiofonico, poi riassunte ancora in modo da stare in una colonna a stampa, con un tempo di lettura non superiore ai due minuti; per ridursi alla fine a un riassuntino di non più di dieci, dodici righe di dizionario. Ma eran molti coloro presso i quali la conoscenza di Amleto ( tu conosci certo questo titolo, Montag ) si riduceva al “condensato” d’una pagina in un volume che proclamava : Ora finalmente potete leggere tutti i classici. Non siate inferiori al vostro collega d’ufficio!

Capisci? Dalla nursery all’Università e da questa di nuovo alla nursery. Questo l’andamento intellettuale degli ultimi secoli.

Basta seguire l’evoluzione della stampa popolare : Click! Pic! Occhio, Bang! Ora, Bing! Là! Qua! Su! Giù! Guarda! Fuori! Sali! Scendi! Uff! Clac! Cic! Eh? Pardon! Etcì! Uh! Grazie! Pim, Pum, Pam! Questo il tenore dei titoli. Sunti dei sunti. Selezioni dei sunti della somma delle somme. Fatti e problemi sociali ? una colonna, due frasi, un titolo. Poi, a mezz’aria, tutto svanisce. Il cervello umano rotea in ogni senso così rapidamente, sotto la spinta di editori, sfruttatori, radiospeculatori, che la forza centrifuga scaglia lontano e disperde tutto l’inutile pensiero, buono solo a farti perdere tempo.[...]

La durata degli studi si fa sempre più breve, la disciplina si allenta, filosofia, storia, filologia abbandonate, lingua e ortografia sempre più neglette, fino ad essere quasi del tutto ingnorate. La vita diviene una cosa immediata, diretta, il posto è quello che conta, in ufficio o in fabbrica, il piacere si annida ovunque, dopo le ore lavorative. Perchè imparare altra cosa che non sia premere bottoni, girar manopole, abbassar leve, applicar dadi e viti [... ]

La chiusura lampo ha spodestato i bottoni e un uomo ha perduto quel po’ di tempo che aveva per pensare, al mattino, vestendosi per andare al lavoro, ha perso un’ora meditativa, filosofica, perciò malinconica [...] La vita diviene così un’immensa cicalata senza costrutto, Montag, tutto diviene un’interezione sonora vuota…

Basterà vuotare i teatri, Montag, di tutto ma non dei pagliacci, e fornire ogni stanza di pareti di vetro, con bei disegni policromi che salgono e scendono su queste pareti, come coriandoli, o sangue, o sherry, o borgogna. Ti piace il baseball, non è vero, Montag ? >>

Tratto da ” Fahrenheit 451 ” di Ray Bradbury – 1951 -

Dreaming Bruxelles

Gennaio 11, 2009

Tratto dal Corriere della Sera :

Belgio : sì alla ricerca sugli embrioni, la Chiesa insorge.

“… La Camera ha approvato il progetto di legge, dopo il Senato, con 95 <> e 34 astensioni, senza un solo <>. Ma il <> netto e sonoro arriva ora dalla Conferenza dei vescovi cattolici…”

Ovvero : il Parlamento sovrano ha espresso il suo parere positivo riguardo un’importantissima legge che sblocca la ricerca e permette la sperimentazione sulle cellule embrionali, e l’unico collegio che esprime parere negativo, non essendo tra l’altro autorizzato a farlo, è quello vescovile.

Penso a Bruxelles e sogno Roma.

stazione-ferroviaria1

Il ragazzo con il cappotto verde quella sera, nonostante fosse sicuramente l’ultima delle situazioni in cui si sarebbe voluto trovare in quel preciso istante, non poteva fare a meno di notare infastidito che il cappotto verde accartocciato sul sedile era proprio il suo, le mani tra i capelli le sue, gli occhi pesanti di sonno e raffreddore i suoi, e che insomma, tutto era predisposto in modo tale da non poter interpretare altrimenti la situazione. Lui era li, e non ci poteva fare molto.

Più del freddo infatti era il silenzio. Più del sonno infatti era la puzza che non poteva fare altro che sprigionarsi con cattiveria ad ogni elefantiaco movimento proveniente dalla parte femminile della coppia di cui sopra. Ma più di ogni altra cosa era sicuramente il litigio senza sbocco della coppia interrazziale di fidanzatini all’interno della quale lei, italiana, aveva scoperto compromettenti messaggi amorosi provenienti dal cellulare di lui, presumibilmente argentino, che, inutilmente, tentava in ogni modo di farle capire l’innocenza della frase “ ti penso” proveniente dall’apparecchio mobile di una sua fantomatica amica.

Il tutto condito dall’assenza della benché minima asepsi nei bagni della Freccia. Dal cellulare senza credito. Dalle forze dell’ordine con le loro solite facce stupite e incattivite da forze dell’ordine. Dal russare fragoroso proveniente dalla parte maschile della coppia di cui ancor più sopra. E da quella incredibile sensazione di inutilità ed horror vacui che pervade ogni viaggiatore che ha la fortuna di trovarsi all’interno degli scompartimenti dell’Intercity. Quel misto di isterismo ed impotenza che fa realmente cogliere la condizione umana.

Antropologia negativa delle Ferrovie dello Stato.

freccia-del-sud

Il bello è che, di solito, a Capodanno non succede proprio un cazzo. E nonostante le sostanze stupefacenti. E nonostante i veleni che scorrono irrefrenabili nel sangue. Che se non fosse per loro, davvero. Sarebbe decisamente meglio non dover assistere alla fatiscenza di una città buia e di una generazione frantumata. E nonostante le nostre continue discussioni. Sul nulla. Il nulla sul nulla. Il racconto di Capodanno inizia con la sua fine, che è il dubbio. Il tarlo rovinoso,e la terra nella bocca degli ubriachi.

L’asfalto davanti alla faccia di chi vomita, sbilanciato dal sedile di una macchina. Il racconto di Capodanno è Edificante.

Il viaggio era cominciato così. Un po’ di freddo, qualche cinese vestito male, un abbraccio consapevole ed sorriso a mezza bocca.

La tristezza corre veloce sui binari della Freccia, chilometro dopo chilometro, paesino dopo paesino, tumore dopo tumore. Prendere coscienza pian piano è un lusso che pochi possono concedersi sul treno che collega il continente alla trinacria.

Svegli, strapazzati ed arresi, i soldatini della cultura, le braccia scurite dalla polvere industriale e le forze del disordine in congedo hanno tutti qualcosa in comune. Sulla Freccia tutti, ma proprio tutti, non capiscono. Ma sorridono. E si lasciano trasportare in un’orgia di pensieri e puzza di chiuso. Tra il sudore e la malinconia, l’aria viziata e i buoni propositi. Il viaggio quella volta era disegnato, abbastanza male, ma sicuramente disegnato. Aveva la faccia di una grassa coppia di paesani ingentiliti dalla nebbia del nord, di una famiglia di simpatiche donne siciliane e di un cervello in fuga dalla sua città senza lumi.

Dopo qualche metro di sonnolenza però, la Freccia aveva deciso arbitrariamente di fermarsi.

E tutto, improvvisamente, divenne più sottile. Tutto, improvvisamente, apparve insolitamente nuovo e a tratti interessante.

Alcuni manifestanti occupavano i binari ed i signori viaggiatori perdevano la loro pazienza. Dentro gli scompartimenti putrescenti dipinti di verde malattia i signori viaggiatori mettevano continuamente in dubbio secoli e secoli di supremazia culturale con pittoresche interpretazioni del codice penale, insulti disperati alla volta dei compagni occupanti e insopportabili discussioni sul più e ovviamente anche sul meno. Discussioni rigorosamente inconsistenti, nel rispetto delle più antiche tradizioni oratorie italiane

Aveva deciso di essere notte. E per il momento non poteva essere diversamente. Dove il suono non resiste più tanto, ed alla fine fa il suo dovere. Aveva deciso di essere così e benché lui si sforzasse di non accettarlo, accettarlo sarebbe stato il risultato finale, tra le voci smaterializzate e quelle un po’ più concrete di chi non ha un bel nulla da fare. Gli infami avevano scelto di non parlare, e tutta la colpa, ovviamente, ricadeva sul suo inutile giorno, sulle occasioni sprecate e le cose che succedono proprio nel momento meno opportuno. Proprio quando le piccole felicità, con la loro gonna sporca di sorrisi sinceri e nottate in bianco, riempivano ogni voglia, ogni preciso istante passato a non dover credere di essere. E se non fosse poi così difficile dover parlarne per forza, evidentemente non sarebbe lui, evidentemente avrebbe di meglio da fare, che riprendere con fatica le sue parole.
Aveva dimenticato cosa volesse dire. E se non li conoscete, guardateli un minuto. Le tasche dei jeans, infime nemiche, nascondono gli stupefacenti, celano i misteri di qualcosa che doveva essere proprio li. Qualcosa che invece, per dispetto, ha scelto volontariamente di non farsi trovare. Quando decide di essere notte i castori cantano, e si fottono tra loro.

Il bottone rosa dormiva tranquillamente sul foglio arancione, tra un fazzoletto usato ed una penna rotta, sul suo tavolo. Nero di polvere. Di vernice. E proprio non sapeva di chi fosse, e si domandava cosa ci facesse li in quel momento. E lui, con la felpa nera, non avrebbe saputo indossare nulla di meglio che quella vecchia felpa. Con la sua luce moderata, la sua bottiglia di vetro ed una gradevole sensazione di vuoto pneumatico che gli spaccava le sinapsi. Con cura. Masticando i resti velenosi della cena mal digerita e della sua giornata, non avrebbe di certo potuto chiedere altro. La tazzina da caffè adibita a posacenere ed un vasetto di marmellata alla fragola gli riempivano il cuore, calzini sporchi, magliette usate ed armadi aperti gli riempivano la stanza. La casa era alta, o forse non sapeva essere altrimenti. Il benzinaio di fiducia, sicuro dei suoi incassi giornalieri, non aveva nessunissima voglia di sprigionare altro che benzina abbastanza costosa e sguardi compiacenti. La farmacia, suo malgrado, si sforzava di elargire l’ennesima siringa pulita all’ennesimo tossico delle ore piccole. L’acqua in quella strada, un misto inconcludente di asfalto mal distribuito e gatti prossimi al declino, bulicava senza sosta a causa di un divertente esperimento di toponomastica.

Il letto ospitava più o meno qualsiasi cosa. Rosso della sue stesse scelte estive, sapeva chi poteva e chi no, ed era accogliente a modo suo. I cuscini ormai consumati dal logorio frenetico di quelle notti, la coperta troppo piccola per quell’immensità, ed un tipicissimo odore di nicotina. Anche quando le voci insinuavano il contrario, sicuramente sarebbe sopravvissuto e, non sapendo far altro, i suoi secondi insonni si sarebbero accavallati sempre più, in un orgia di cucchiaini incrostati e piatti pieni di briciole. Era il giorno decisivo in cui i pakistani avrebbero smesso di vendere vino scadente ed i kebab avrebbero silenziosamente preso il posto di ogni certezza. Era il preciso momento che pone fine ad un piccolo incubo facendosi largo tra i sogni lancinanti. Ed un genitore ormai antico che, negli scenari traballanti della sua scatola cranica, scriveva biglietti su di un tavolo onirico e gli comunicava di essere presente. Piangeva i suoi dolori post mortem tenendogli la mano, facendo un significativo parallelismo tra il denaro e la fine della vita. Affollando la sua immagine, masticando la sua assenza.

La musica gracchiava e l’utero del suo dispiacere si preparava dolcemente ad accogliere i figli deformi della sua psicosi. Confettura colorata, e poco più.

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